Avevo ucciso un uomo per avere una donna.Mi ero messo nelle sue mani, e così al mondo c’era una persona che poteva puntare il dito su di me e sarei morto. Avevo fatto tutto questo per lei, e non la volevo rivedere finché vivevo.
Tanto basta, una goccia di paura, per cagliare l’amore in odio.
— James M. Cain, La morte paga doppio (Double Indemnity), 1943
Non importa se è una riunione scolastica o una corsa giù al negozio, un uomo ci va più volentieri da solo che con la moglie
— James M. Cain, La morte paga doppio (Double Indemnity), 1943
Aschenbach aveva affermato […] che quasi tutto ciò che esiste al mondo di grande è una sorta di nonostante: nasce cioé nonostante il dolore e la sofferenza, nonostante la povertà, l’abbandono, la debolezza fisica, il vizio, la passione e mille altri ostacoli.
— Thomas Mann, La morte a Venezia ( Der Tod in Venedig), 1912
Dentro di me c’è qualcosa, non so. Forse sono pazza. Ma in me c’è qualcosa che ama la morte. A volte mi vedo come la morte. In un velo rosso, aleggiare nella notte. Sono così bella, allora. E triste. E ho tanta voglia di rendere tutti felici, portandoli con me nella notte, lontano da ogni pena, da tutta l’infelicità…
— James M. Cain, La morte paga doppio (Double Indemnity), 1943
Solo pochi mesi prima (cinque, sei?), per un impulso improvviso avevo rivelato a mia madre, nel corso di una delle mie visite veloci, che da adolescente mi rifugiavo in quel luogo segreto e l’avevo trascinata lì in cima. Forse volevo cercare di stabilire tra noi un’intimità che non c’era mai stata, forse volevo confusamente farle sapere che ero stata sempre infelice. Ma lei mi era sembrata solo molto divertita dal fatto che me ne fossi stata sospesa nel vuoto, in un ascensore sgancherato.
— L’amore molesto, Elena Ferrante, 1996.


The Little Match Girl (Danish: Den Lille Pige med Svovlstikkerne, meaning “The little girl with the matchsticks”) is a short story by Danish poet and author Hans Christian Andersen. 1846
Sganarelle [tenant une tabatière.] :
Quoi que puisse dire Aristote et toute la philosophie, il n’est rien d’égal au tabac : c’est la passion des honnêtes gens, et qui vit sans tabac n’est pas digne de vivre. Non seulement il réjouit et purge les cerveaux humains, mais encore il instruit les âmes à la vertu, et l’on apprend avec lui à devenir honnête homme. Ne voyez-vous pas bien, dès qu’on en prend, de quelle manière obligeante on en use avec tout le monde, et comme on est ravi d’en donner à droit et à gauche, partout où l’on se trouve ? On n’attend pas même qu’on en demande, et l’on court au-devant du souhait des gens : tant il est vrai que le tabac inspire des sentiments d’honneur et de vertu à tous ceux qui en prennent.
—
Sganarello [con una tabacchiera in mano] :
Checché dica Aristotele e tutta la Filosofia, non c’è niente come il tabacco: è la passione di tutta la gente per bene, e chi vive senza tabacco non è degno di vivere. Non soltanto diletta e depura il cervello umano, ma fa di più: educa gli animi alla virtù, e con lui si imparano il buon gusto e le buone maniere. Non vedete come chi fa uso diventa subito gentile con tutti, appena ne prende un po’, e come ne offre con entusiasmo a destra e a sinistra, dovunque si trovi? Precorre il desiderio altrui, senza nemmeno aspettare che glielo chiedano: prova che il tabacco ispira pensieri d’onore e di virtù a chiunque lo prenda.
SGANARELLE [with a snuff-box in his hand] Let Aristotle and all your philosophers say what they like, there is nothing to be compared with to- bacco ; 't is the passion of all people of quality, and he that lives without tobacco is not fit to live. It not only exhilarates and clears the human brain, but likewise breeds virtue in the soul ; and through its fellowship one learns to be a gentleman. Have you not observed how, the moment a man takes it, he becomes affable to everybody, and is delighted to |hare it right and left, wherever he may be ? He Jloes not even wait to be asked for it, but forestalls people's wishes. So true it is that tobacco inspires sentiments of honour and virtue in all who partake of it.
Pigmalione aveva visto le Propetidi vivere questa loro vita colpevole e, indignato dai difetti di cui la natura aveva abbondantemente dotato la donna, aveva rinunciato a sposarsi e passava la sua vita da celibe, dormendo da solo nel suo letto. Grazie però alla felice ispirazione dettatagli dal suo talento artistico, scolpì in candido avorio una figura femminile di bellezza superiore a quella di qualsiasi donna vivente e si innamorò della sua opera. Questa aveva l’aspetto di una fanciulla vera,
tanto che la si sarebbe creduta viva e desiderosa di muoversi, se non l’avesse impacciata il pudore. L’arte era tanto grande da non apparire addirittura. Pigmalione stesso è preso dall’immagine di quel corpo e contemplandolo concepisce una passione ardente. Spesso allunga le mani verso la sua opera per accertarsi se si tratti di carne o di avorio e nemmeno dopo il contatto ammette che sia avorio. La bacia e gli sembra di essere baciato, le parla, la stringe e crede che le sue dita affondino nelle membra che tocca: teme perfino che per la pressione spuntino dei lividi sulla pelle. E la colma di tenerezze, e le porta quei doni che le fanciulle amano: conchiglie, sassolini levigati, piccoli uccelli, fiori variopinti, gigli, palle colorate e gocce d’ambra dall’albero delle Eliadi. Le mette anche addosso dei bei vestiti, le infila anelli mette anche addosso dei bei vestiti, le infila anelli alle dita e lunghe collane intorno al collo; pendono dalle orecchie perle leggere, dal petto catenelle. Tutto le sta bene: però nuda non appare meno bella. Il
giovane la depone su tappeti tinti con la porpora Sidonia, la chiama sua amante, le fa appoggiare la testa su morbidi cuscini di piume, come se lei se ne rendesse conto. E viene il giorno della festa di Venere, frequentatissima da tutta la gente di Cipro: cadono, colpite alla nuca, giovenche candide come la neve, con le corna ricurve rivestite d’oro; fumano gli incensi, e anche Pigmalione porta il suo dono agli altari, davanti a cui si ferma sussurrando timidamente: “O dèi, se è vero che voi potete concedere tutto, io ho un desiderio: vorrei che fosse mia sposa…” e non osa dire “la fanciulla d’avorio” ma dice “una donna simile a quella d’avorio!”. L’aurea Venere, che è presente in persona alla sua festa, percepisce il significato reale di questa supplica ed ecco che la fiamma, interprete della benevolenza della dea, tre volte si riaccende e guizza verso l’alto. Pigmalione, non appena torna a casa, si reca dalla statua della sua fanciulla e sdraiandosi sul letto accanto a lei, prende a baciarla: gli sembra di incontrare qualcosa di tiepido. Di nuovo accosta la bocca e le tocca il petto con le mani: al tocco l’avorio si ammorbidisce, deponendo la sua rigidità; cede sotto le dita come la cera dell’Imetto si fa morbida al sole e, lavorata dal pollice, assume varie forme e rende di più quanto più la si usa. Il giovane resta attonito, quasi si lascia andare alla gioia ma teme di ingannarsi: pieno d’amore torna a toccare più e più volte l’oggetto dei suoi desideri: è proprio un corpo vivo! Le vene pulsano sotto la pressione del pollice. Allora sì che il giovane di Pafo trabocca di gratitudine e cerca le parole per esprimerla a Venere! Finalmente preme le sue labbra su una bocca vera e dà dei baci che la fanciulla sente: arrossendo ella leva timidamente verso di lui lo sguardo e ai suoi occhi appare contemporaneamente la visione del cielo e quella dell’uomo che l’ama. La dea presenzia al matrimonio di cui è stata artefice. Dopo che per nove volte la luna ebbe congiunto le sue corna a completare il cerchio, la sposa generò Pafo, da cui l’isola ha preso il nome.[Trad. G. Faranda Villa]
— Ovidio, Metamorphoseon X, 243-297
Regola dell’amore
è amare chi ci odia,
sprezzare chi ci adora,
perché, se è pago, muore,
e vive se è ferito.
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de amor condición propia,
querer donde aborrecen,
despreciar donde adoran;
que si le alegran, muere,
y vive si le oprobian.
El burlador de Sevilla y convidado de piedra, Tirso de Molina, 1616-30.