MaL'Ore...

Prendo spesso il treno ed ogni volta partendo, sento di dovermi congedare dalla città che lascio. I primi minuti di viaggio allora guardo fuori dal finestrino la mia città (perché ora anche Roma è mia). Ma a Napoli è un’esperienza epifanica. Lascio la stazione quasi sempre col maltempo, col cielo plumbeo, le nubi minacciose che ricoprono il Vesuvio - il tutto diviene atemporale, apocalittico. Ed ecco che passo per la foresta dei cavi dell’alta tensione, ecco i treni, ecco dove vanno a riposare la notte, ecco i grattacieli del Centro Direzionale, ecco le case “sgarrupate”. Ecco, la scritta “Napoli Centrale”, che qualcuno si è divertito a modificare in “Apoli”. Una non-città. Io sono un apolide. Questa cosa mi colpisce ogni volta e quasi mi commuove. Dopo la settimana scorsa, durante la quale prima è crollato un edificio a Chiaia, poi la Città della Scienza, contornata dalle proteste dei lavoratori della Circumvesuviana, ho sentito una stretta al cuore e un amaro in bocca ed è un sollievo pensare alla poesia che Napoli sa dare, sempre sotto l’egida del “nonostante”.